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BIOCARBURANTI - BIODIESEL

 BIOCARBURANTI - BIODIESEL

Informazioni riguardanti il Biodiesel e soprattutto da cosa e' composto:

https://www.cti2000.it/virt/cti2000/biodiesel.htm
http://www.biofox.com/
http://www.novaol.it/
http://journeytoforever.org/biodiesel.html

Energia alternativa = Biodiesel - vedi: Biodiesel forse arrivera' presto

Dal tabacco il doppio di olio rispetto al girasole. E si può produrre energia meno inquinante. L'uso epicureo della pianta di tabacco è stato ed è ancora combattuto per gli effetti dannosi del fumo sulla salute dell'uomo.
Ora una ricerca condotta dal prof. Corrado Fogher
direttore scientifico della Plantechno e docente di genetica agraria alla Cattolica di Piacenza, fornisce un ottimo motivo per continuare a coltivare il tabacco: la possibilità di trasformarlo in energia.
I primi dati sono di tutto rispetto, ovvero l'olio di tabacco combusto è in grado di produrre energia pulita due volte tanto le normali piante di girasole. Fogher è stato il primo, pochi mesi fa, a brevettare l'importante scoperta mettendo nero su bianco un processo di lavorazione della pianta di tabacco, che potrebbe dare un forte contributo ai progetti di produzione di energia da biomassa.
Analizzando il seme del tabacco, il professor Fogher ha scoperto che contiene il 40% di olio e che ha un potere calorifico superiore ai semi di piante che tradizionalmente sono usate a scopo energetico come il girasole, la colza e la soia.
Partendo da questo indizio, la sua équipe ha iniziato un programma di miglioramento genetico, attraverso le tecniche della cosiddetta «genetica tradizionale», ovvero una selezione basata sull'incrocio di diversi tipi di pianta di tabacco. Ottenendo così varietà che sono in grado di produrre per ogni ettaro coltivato qualcosa come 60 quintali di semi.
Un miglioramento, quindi, basato sulla selezione e sull'incrocio tra le diverse tipologie di vegetale, e non attraverso tecniche di modificazione dei geni (Ogm), che ha portato all'individuazione della varietà più produttiva.
Le prove di combustione dell'olio, ottenuto spremendo a freddo i semi di tabacco, hanno prodotto risultati molto interessanti: l'olio di tabacco produce energia con un potere calorifico superiore di oltre ¼ confrontato agli altri vegetali. Inoltre la sua combustione risulta molto meno inquinante grazie ad una bassissima presenza di zolfo.

Il prof. Fogher facendo un confronto tra due colture energetiche ha dedotto che per ogni ettaro coltivato a girasole si produce una tonnellata di olio, invece lo stesso ettaro coltivato a tabacco ne produce il doppio con una resa energetica più alta. In altre parole, significa ridurre della metà la quota di terreno destinata a coltivazioni energetiche con una resa energetica ottima. Questi dati rafforzano l'ipotesi, in campo da tempo, di rendere le aziende agricole autonome energaticamente, attraverso l'istallazione di un impianto di conversione per il proprio fabbisogno energetico e la cessione dell'esubero all'esterno.
La strada è solo all'inizio, ma una cosa è certa: questa scoperta cambia l'immagine negativa del tabacco, attualmente coltivato in Italia soprattutto nel Salento, in Campania, in Umbria e in Veneto.
Un uso energetico del tabacco giustificherebbe eticamente la sua coltivazione e le sovvenzioni ad esso legato e sicuramente metterebbe finalmente d'accordo tutti, fumatori e non fumatori.
By Maurizio Matera - Fonte: www.vglobale.it
vedi: Carburante dai Rifiuti

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Il presente e il futuro del biocarburante
L’energia ottenuta attraverso il ricorso a combustibili fossili è ancora nettamente dominante: nel 97-98% si fa infatti ricorso a tale energia per quanto riguarda il mondo dei trasporti. Se poi aggiungiamo che il campo dei trasporti del nostro paese consuma il 53,2% dell’intero totale dei consumi petroliferi italiani, possiamo ben capire quanto ancora si faccia ricorso alle cosiddette fonti non rinnovabili. Negli ultimi anni però sembra emergere sempre con maggiore importanza la tematica del biocarburante, ed è il caso di fare il punto della situazione e immaginare lo scenario futuro dei prossimi anni.
Per chiarire questo riportiamo un’intervista realizzata dall’ENEA ad un suo ricercatore, Vito Pignatelli, dell’Unità Tecnica Fonti Rinnovabili della Casaccia, responsabile del Coordinamento delle attività di ricerca, sviluppo e dimostrazione dell’ENEA sulle tecnologie per le biomasse e bioenergie.

Che cosa si intende per biocarburanti ?
Sotto il cappello di “biocarburanti” è compreso un insieme ampio e diversificato di prodotti liquidi o gassosi, utilizzabili come combustibili alternativi nel settore dei trasporti e ricavati dalle biomasse, vale a dire tutti quei materiali di origine organica (vegetale o animale) che non hanno subito alcun processo di fossilizzazione. Si tratta di risorse rinnovabili (FER), in quanto non viene incrementato l’ammontare di CO2 presente nell’ambiente nel corso del processo di produzione e combustione. L’utilizzo dei biocarburanti accelera semplicemente il ritorno in atmosfera della CO2 “fissata” dalle piante, con emissioni che rientrano nel normale ciclo del carbonio. 

Quali sono allo stato dell’arte i biocarburanti maggiormente disponibili ?
Allo stato attuale della tecnologia, gli unici biocarburanti prodotti e utilizzati su larga scala sono gli oli vegetali, impiegati direttamente come tali (in genere per l’alimentazione di macchine agricole) o trasformati chimicamente in una miscela di esteri comunemente conosciuta con il nome di biodiesel, e l’etanolo (o bioetanolo) e i suoi derivati di sintesi. A questi si è aggiunto negli ultimi anni il biometano, ottenuto a partire dal biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica di reflui zootecnici, residui e scarti agroindustriali e colture dedicate (mais).
Quest’ultimo viene utilizzato prevalentemente per l’alimentazione di autobus adibiti al trasporto pubblico.

Come vengono usati attualmente i biocarburanti ?
Questi prodotti vengono miscelati in percentuali crescenti, ma complessivamente ancora limitate, con benzina e gasolio. In questo modo, si cerca di andare incontro all’esigenza delle case automobilistiche di non modificare i motori o altre componenti degli autoveicoli e a quella dei produttori di carburanti di assicurare la piena “fungibilità” dei combustibili in vendita nella rete di distribuzione stradale (un qualsiasi autoveicolo deve poter passare senza problemi dall’uso di una miscela contenente biocarburanti a quello del combustibile fossile puro e viceversa).

Da quali colture sono prodotti questi biocarburanti ?
Tutti quelli attualmente distribuiti su larga scala sono ricavati a partire da colture ben note: oleaginose come colza, soia, girasole e palma da olio o zuccherine come mais, grano, barbabietola e canna da zucchero. Si tratta in tutti i casi di colture largamente diffuse e utilizzate prevalentemente a fini alimentari, sia nel nostro paese che in altri contesti europei ed extra-europei. In questo caso si usa parlare di biocarburanti di prima generazione, in quanto prodotti da biomasse legate in qualche modo alla filiera alimentare dell’uomo.

Si corre forse il rischio di entrare in competizione con la catena alimentare ?
Non si dovrebbe correre questo rischio con un livello di sostituzione di combustibili fossili con biocarburanti fino al 10%, come stabilisce l’ultima Direttiva Europea sulla promozione delle fonti rinnovabili. Percentuali maggiori darebbero però luogo a problemi di natura tecnica e, soprattutto, rischierebbero di alimentare un possibile conflitto, efficacemente sintetizzato dalla domanda “cibo o combustibile?” per la destinazione finale dei terreni e dei prodotti agricoli.
Di conseguenza se, in un contesto di maggior diversificazione delle fonti energetiche e di contenimento delle emissioni di CO2, si decidesse di introdurre sul mercato maggiori quantitativi di biocarburanti, bisognerebbe puntare su nuovi tipi di filiere produttive “di seconda generazione”, con la duplice esigenza di ridurre i costi di produzione e di evitare una pericolosa competizione con le produzioni alimentari.

Cosa si intende per biocarburanti di seconda generazione ?
Questa comune denominazione raggruppa in realtà un gran numero di prodotti, ottenibili da diverse materie prime con una varietà di processi a diversi stadi di sviluppo (dal laboratorio all’impianto dimostrativo precommerciale), ma nessuno ancora presente sul mercato in quantità significative. Denominatore comune delle filiere dei biocarburanti di seconda generazione è comunque l’uso, come materia prima, di substrati generalmente non utilizzabili a fini alimentari (ad esempio, materiali lignocellulosici e oli non commestibili) o prodotti comunque in aree diverse da quelle tradizionalmente destinate alle produzioni agricole convenzionali (colture di microalghe).

Quali vantaggi presentano i biocarburanti di seconda generazione, oltre a quello di non entrare in competizione con la catena alimentare ?
Sono caratterizzati da una maggiore capacità di contribuire, per unità di combustibile fossile sostituito, alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, se si considera l’intero ciclo di vita della relativa filiera produttiva. Nel caso specifico delle colture da biomassa, ad esempio, è noto che già oggi la produttività per ettaro è molto più elevata rispetto a quella dei cereali o delle oleaginose – oltretutto con minori consumi idrici e richieste di fertilizzanti e pesticidi – e che, in ogni caso, i processi di conversione in biocarburanti di seconda generazione consentono di utilizzare una frazione maggiore della biomassa prodotta o addirittura l’intera pianta, cosa che si traduce immediatamente in bilanci energetici ed ambientali molto più vantaggiosi rispetto a quelli dei corrispondenti biocarburanti attualmente in uso.

Su quali biomasse “di seconda generazione” si concentrano principalmente le attività di ricerca dell’ENEA ?
Qui in Casaccia e nel centro della Trisaia in Basilicata stiamo studiano i potenziali produttivi e l’adattabilità alle condizioni ambientali e climatiche del nostro Paese di colture non alimentari ricche di zuccheri, come il topinambur, per la produzione di biogas o bioetanolo e di colture erbacee da biomassa, come ad esempio il miscanto, il panìco e il cardo. Sono anche state avviate ricerche sulle microalghe per la produzione di biolio (a sua volta trasformabile in biodiesel), biogas e, in prospettiva, bioidrogeno.
By Alessandro – Tratto da e-cology.it - Fonte: 100ambiente

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